Brucia brucia, ma è ben lontano dallo spegnimento. Il settimo album degli Our Lady Peace è il picco più alto toccato dalla band dopo Spiritual Machines, il capolavoro sfornato nel 2001 dalla geniale collaborazione tra Arnold Lanni (produttore), Mike Turner (chitarrista, lasciò gli OLP proprio dopo quell’album) e Raine Maida (poeta ancor prima che frontman).
Se All you did was save my life, primo singolo estratto da Burn Burn, dava l’impressione di non essersi distaccati del tutto dai tempi di Bob Rock e il suo voler rendere gli Our Lady Peace più radio friendly possibile (I’m not for sale but I’ve been sold, recita un verso del singolo), il resto dell’album è la negazione di tutto ciò: il basso a tratti nervoso di Duncan Coutts scandisce bene il percorso, completato saggiamente dalla voce ipnotica di Raine e dai riff dolci -ma a tratti duri- di Steve Mazur.
Da segnalare in particolar modo tre tracce. La prima è Monkey Brains, la miglior canzone dei canadesi degli ultimi otto anni e probabilmente nella loro Top 3 di sempre; si riconosce il tocco di Maida per quanto riguarda il testo, e il climax creato dai cambi di stile porta dapprima in una condizione di pace apparente (anche se durante l’arpeggio con l’acustica il continuo ripetere di “It’s time to go, it’s time to go” crea un interessante paradosso), per poi ributtarti di forza alla vita reale, con l’incessante ripetersi del consiglio: stanno arrivando, è tempo di andare, è tempo di andare, è l’unica cosa che puoi fare.
Abbiamo poi Dreamland, che fa del testo -accompagnato da una melodia dolcissima- il proprio punto di forza: And it’s Dreamland, the kids are alright and the sky is blue; we all got wings and know how to fly. I’m headed to the moon: the sun on my face, my head in the clouds, time on my side, my feet off the ground… I’m not coming down… Not coming down. Una terra sognata, con le ultime parole ripetute, quasi a volerla rendere reale solo con queste parole.
L’ultima traccia dell’album, nonché l’ultima sulla quale spenderemo due parole, è Paper moon. Pezzo stupendo -l’unico a presentare il vero marchio di fabbrica di tutti i precedenti album degli OLP, il falsetto di Raine-, con significati e sfaccettature diversi a seconda di come si legge il testo: può essere visto come un elogio all’unicità di ciascuno, con i propri pregi e difetti, e tutto quello che ci rendere diversi l’uno dall’altro; può essere interpretato come una critica all’industria musicale odierna; può infine essere compresa seguendo un semplice ragionamento: e due ipotesi precedenti sono entrambe giuste, e il brano è una critica indiretta a chi voleva cambiare gli Our Lady Peace (non sono rare le interviste di pochissimi anni fa in cui Raine affermava di non riconoscersi affatto nel nuovo sound, ma gli obblighi contrattuali non si potevano sciogliere). Paper moon, in questo senso, diventerebbe una critica a Bob Rock, il vecchio produttore; alla Sony, vecchia etichetta discografica; alle radio, colpevoli di buttare troppo l’occhio verso la commerciabilità di un gruppo, evitando di pensare all’effettiva qualità; una critica al mondo musicale, e quindi un’autocritica implicita: keepin’ up has kept you in chains, no?
GIUDIZIO:
Per assimilare bene quest’album bisogna capire bene il suo background: gli screzi con l’etichetta e la volontà di tornare con un album old-style (riuscita in parte) dopo il rischio scioglimento sono stati i principali motivi per cui la pausa dopo Healty in paranoid times è stata così lunga. Una pausa nella quale Raine ha lavorato in prima persona (The hunter’s Lullaby, suo disco solista, è uscito nel 2007), ma ha maturato la decisione di produrre da sé questo disco. Il risultato è sotto i vostri occhi, ed è un mio personale candidato per il titolo di Album dell’anno 2009.

Il voto sale di mezzo punto per le due bonus track, Time Bomb e The right stuff.
Voto: 9/10
Tracklist:
1. All You Did Was Save My Life
2. Dreamland
3. Monkey Brains
4. The End Is Where We Begin
5. Escape Artist
6. Refuge
7. Never Get Over You
8. White Flags
9. Signs of Life
10. Paper Moon
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